domenica 2 dicembre 2007

“Il rimpianto genera immagini”

Narciso
Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1597-1599
olio su tela, 112 × 92 cm
Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini


"Un poeta con un ritratto fra le mani. È una scena consueta. Il ritratto, naturalmente, è quello della donna amata – anzi, della donna amata per eccellenza: Laura. Il poeta lo stringe delicatamente fra le dita, muovendo le labbra in un lungo sussurro. Parla con lei – cioè con lui: il ritratto – in quella lingua un po’ arcana che parlano gli amanti, ovvero i poeti. Inutile dire che si tratta di Francesco Petrarca.[…] Quel ritratto è esistito davvero, e Petrarca lo aveva commissionato al suo amico Simone Martini: il «mio Simone», Symon noster. Purtroppo non lo possediamo più, il tempo ha inghiottito anche lui […]

Ne è molto contento. Laura, così come Simone l’ha raffigurata, mostra un’espressione umile e dolce, quella di chi va promettendo «pace». […]

L’immagine è superiore al modello. Petrarca non ha difficoltà ad ammetterlo, la Laura che Simone ha dipinto (seguendo un suo «alto concetto», nobilmente platonico) è più buona, più dolce, più disposta ad amare di quanto non possa esserlo Laura ‘vera’. […] Perché, in definitiva, Laura non c’è. Però, anche, in qualche misura c’è, quel ritratto è testimonianza simultanea della sua assenza e della sua presenza. […]

Il ritratto è un punto di passaggio, un varco stretto fra la luce e il buio. Come un fragile velo di carta, basterà spingerla in un senso o nell’altro, quell’immagine dipinta, ed essa potrà richiamare alla vita oppure alla morte. Ciò che più tortura è l’oggetto che ci consola.

Petrarca è solo. La solitudine, del resto, è la sua stessa definizione, la sua identità. In definitiva lui è di quegli uomini che esistono per restare soli. È per l’appunto allora che comincia la parte migliore di lui: quando, alla fine di un giorno faticoso, potrà raccogliersi fra i suoi libri, o quando sarà riuscito a fuggire dalla Babilonia avignonese per correre a Valchiusa. Esistere per restare solo fra i boschi e le fonti dove, immancabilmente, comparirà l’immagine di lei: oppure nel suo piccolo studio, dove potrà riempire il vuoto che lo circonda scrivendo di lei, ovvero parlando al suo ritratto – ovvero, descrivendo con delle parole (che inevitabilmente parleranno ‘di lei’) il ritratto che ha fra le dita. […]

Dunque il poeta scrive, popola la sua fantasia, arreda di parole le stanze vuote della sua attesa. Lei è assente, e non potrebbe essere in altra maniera. Oltretutto, se lei fosse vicina e presente il poeta non scriverebbe – per cui, in un certo senso, lei deve essere lontana. La letteratura, ovverosia la vocazione all’amore letterario, lo esige. Il poeta è solo, e ora sul soffitto c’è come una bolla lieve che si gonfia, cresce, si riempie di immagini fragili e luminose, un’animazione infinita di gesti piccoli. Tra le dita, il poeta stringe sempre il ritratto dell’amante."

(brano tratto da Il ritratto dell’amante di Maurizio Bettini, ed. Einaudi)

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