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giovedì 10 gennaio 2008

verità

Di' tutta la verità ma dilla obliqua -
Il successo sta in un Circuito

Troppo brillante per la nostra malferma Delizia

La superba sorpresa della Verità

Come un Fulmine ai Bambini chiarito

Con tenere spiegazioni

La Verità deve abbagliare gradualmente

O tutti sarebbero ciechi -

Emily Dickinson


Gustav Klimt - L'abbraccio (1905-09)

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"Io devo sentire quello che sto disegnando, in qualche modo devo soffrirlo.Allora che cosa succede, quando non ho motivi per essere allegro, ma sono sereno, la cosa che mi viene più facile è emozionarmi sulle cose che mi fanno star male."


"Io ho due dimensioni... una più sacrestia, sono insicuro, incerto, sessualmente inefficace, l'altra invece è più dura, più efficace e Zanardi volevo che fosse solo questo: una specie di burattino di legno, qualcosa di veramente duro. Allora ho fatto il mio contrario, biondo dove io sono bruno, capelli lisci dove io ce l'ho più mossi e soprattutto questo naso... diverso dal mio."


"Di me, amate il riflesso,
quella memoria che sale
dalle cose che tocco."

(Andrea Pazienza - AMORE, E' TUTTO CIO' SI PUO' ANCORA TRADIRE - Fandango libri)


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Gaetano Previati, Le fumatrici di hashish (1887)

giovedì 27 dicembre 2007

là voglio vagare solo...

un disegno di Goethe "Wartburg mit Mönch und Nonne" (14.12.1807)

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Il talento si forma nel silenzio,
il carattere nel vortice della vita.

Sono i versi più famosi del Torquato Tasso di Goethe, scritto tra il 1780 e il 1789, un dramma in 5 atti che mette in scena il contrasto arte/vita. Il Tasso di Goethe è un uomo fragile che vivendo in una dimensione utopica entra facilmente in crisi poiché è incapace di dominare la realtà.

Questo uomo meraviglioso si muove
in un cerchio magico e ci invita
a vagare con lui e vivere la stessa vita:
sembra avvicinarsi eppure resta lontano,
sembra guardarci, ma forse al nostro posto
gli appaiono strani spiriti.

Tasso è innamorato (crede d’esserlo) della Principessa Eleonora d’Este, sorella di Alfonso II duca di Ferrara, perché lei è irraggiungibile. Tasso è coperto di onori, venerato, riverito. Tutti aspettano con ansia la sua prossima opera ed egli percepisce questa pressione.

Partecipo così vivamente al suo lavoro
e in mille modi la sua grande opera
mi allieta e non può non farlo,
che infine cresce anche la mia impazienza.
Non sa finirla, modifica continuamente,
prosegue con lentezza, si ferma di nuovo
e ci toglie ogni speranza.

Tutti dicono di amarlo ma in realtà ciò che amano di lui è la sua arte e attraverso essa vogliono qualcosa: il duca Alfonso cerca la gloria; Eleonora Sanvitale, contessa di Scandiano, vorrebbe diventarne la musa per essere eternata dalla sua poesia; la Principessa Eleonora d’Este, minata dalla malattia, cerca nel suo canto la vita. L’unico che lo capisce e che lo sosterrà è proprio il suo nemico Antonio, segretario di stato: entrambi sono due facce della stessa medaglia. Goethe affronta il problema dell’artista moderno che divora se stesso e il mondo: fino a che punto l’immaginazione lo può portare alla distruzione?

Lo sento, lo sento, la grande arte
che nutre tutti e rafforza e rianima
gli spiriti sani, mi porterà alla rovina
e mi scaccerà.
Ma è proprio l’arte, che è causa della sua rovina, a essere anche l’unica àncora di salvezza: quando l’uomo ammutolisce per il dolore, lì dove l’uomo normale fallisce, inizia il lavoro del poeta lirico che tenta di superare i limiti umani del linguaggio per conoscere il mondo.

Tutto è svanito ma una cosa resta:
la natura ci ha donato le lacrime,
ci ha donato il grido, quando il dolore
diventa insopportabile - ma sopra ogni cosa
a me ha lasciato, nel tormento, parole melodiose
con cui lamentare il profondo gorgo dell’angoscia:
e se nel dolore l’uomo ammutolisce
a me un dio ha concesso di dire quanto soffro.

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Caspar David Friedrich, Monaco in riva al mare (1810)

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Sei lontano
sei solo?
Bianche nubi si addensano sulla tua testa
la pioggia ti scende giù per il collo
lungo la schiena

Sei chinato su un foglio d‘avorio
che non si lascia schizzare
Ti sdrai e poi ti rialzi
pensando che non può funzionare

Sei lontano ora
e corri lungo dune di sale
Vuoi rotolare in quel mare di sabbia
e lasciarti cullare
finché la matita
non avrà fatto il suo corso

(marta c. - 22.XII.2007)

lunedì 24 dicembre 2007

Buon Natale

Gaetano Previati, Maternità (1890-1891)

Nella nostra storia sacra gli angeli hanno un normale corpo umano, non li distingui. Si sa che sono loro quando se ne vanno. Lasciano un dono e pure una mancanza.

(Erri De Luca, In nome della madre, ed. Feltrinelli)

martedì 18 dicembre 2007

Leonard Cohen

da "Il libro del desiderio" di Leonard Cohen, ed. Mondadori

Migliaia

Tra le migliaia

di coloro che sono conosciuti

o aspirano a farsi conoscere

come poeti,

forse uno o due

sono poeti autentici

gli altri sono finti,

gente che bazzica i sacri recinti

cercando di darla a bere.

Non c’è bisogno che vi dica

che io sono uno di quelli finti

e questa è la mia storia.


Ho scritto per amore

Ho scritto per amore

Poi ho scritto per soldi.

Per gente come me

è un po’ la stessa cosa.



Di giorno

Io sto seduto qui

Vicino alla finestra

Aspettando che tu

Passi di corsa

Dentro la tua uniforme-crocifisso

Mi fai pensare a me

Forse (mi chiedo oziosamente)

Potrei consolarti

Mi piacciono le rughe che hai in mezzo agli occhi

Ed anche i segni dell’agitazione

Sulla tua espressione corrucciata

Hai il volto nuovo

Il volto che verrà

Il volto di chi non ha avuto esperienze oggettive

E tu hai scelto la strada dei muscoli

Verso i tuoi dispiaceri

Quanto privata sei

Nella mente di tutti

Io ti saluto

Spirito coraggioso

Che hai divorato tanto

E gustato così poco





Guardare altrove

tu mi guardavi
e mai mi venne in mente
che tu stessi scegliendo
l'uomo della tua vita

tu mi guardavi
al di sopra delle bottiglie e dei cadaveri
e io pensavo che probabilmente
con me non facevi sul serio

devi pensare che io sia abbastanza folle
da andare dietro i tuoi occhi
ed entrare nel pozzo dell'ascensore aperto

quindi guardavo altrove
e aspettavo
finché diventavi una palma

o un corvo

o il vasto oceano grigio del vento
o il vasto oceano grigio della mente

adesso guardami
sposato con tutte tranne te

domenica 2 dicembre 2007

“Il rimpianto genera immagini”

Narciso
Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1597-1599
olio su tela, 112 × 92 cm
Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica - Palazzo Barberini


"Un poeta con un ritratto fra le mani. È una scena consueta. Il ritratto, naturalmente, è quello della donna amata – anzi, della donna amata per eccellenza: Laura. Il poeta lo stringe delicatamente fra le dita, muovendo le labbra in un lungo sussurro. Parla con lei – cioè con lui: il ritratto – in quella lingua un po’ arcana che parlano gli amanti, ovvero i poeti. Inutile dire che si tratta di Francesco Petrarca.[…] Quel ritratto è esistito davvero, e Petrarca lo aveva commissionato al suo amico Simone Martini: il «mio Simone», Symon noster. Purtroppo non lo possediamo più, il tempo ha inghiottito anche lui […]

Ne è molto contento. Laura, così come Simone l’ha raffigurata, mostra un’espressione umile e dolce, quella di chi va promettendo «pace». […]

L’immagine è superiore al modello. Petrarca non ha difficoltà ad ammetterlo, la Laura che Simone ha dipinto (seguendo un suo «alto concetto», nobilmente platonico) è più buona, più dolce, più disposta ad amare di quanto non possa esserlo Laura ‘vera’. […] Perché, in definitiva, Laura non c’è. Però, anche, in qualche misura c’è, quel ritratto è testimonianza simultanea della sua assenza e della sua presenza. […]

Il ritratto è un punto di passaggio, un varco stretto fra la luce e il buio. Come un fragile velo di carta, basterà spingerla in un senso o nell’altro, quell’immagine dipinta, ed essa potrà richiamare alla vita oppure alla morte. Ciò che più tortura è l’oggetto che ci consola.

Petrarca è solo. La solitudine, del resto, è la sua stessa definizione, la sua identità. In definitiva lui è di quegli uomini che esistono per restare soli. È per l’appunto allora che comincia la parte migliore di lui: quando, alla fine di un giorno faticoso, potrà raccogliersi fra i suoi libri, o quando sarà riuscito a fuggire dalla Babilonia avignonese per correre a Valchiusa. Esistere per restare solo fra i boschi e le fonti dove, immancabilmente, comparirà l’immagine di lei: oppure nel suo piccolo studio, dove potrà riempire il vuoto che lo circonda scrivendo di lei, ovvero parlando al suo ritratto – ovvero, descrivendo con delle parole (che inevitabilmente parleranno ‘di lei’) il ritratto che ha fra le dita. […]

Dunque il poeta scrive, popola la sua fantasia, arreda di parole le stanze vuote della sua attesa. Lei è assente, e non potrebbe essere in altra maniera. Oltretutto, se lei fosse vicina e presente il poeta non scriverebbe – per cui, in un certo senso, lei deve essere lontana. La letteratura, ovverosia la vocazione all’amore letterario, lo esige. Il poeta è solo, e ora sul soffitto c’è come una bolla lieve che si gonfia, cresce, si riempie di immagini fragili e luminose, un’animazione infinita di gesti piccoli. Tra le dita, il poeta stringe sempre il ritratto dell’amante."

(brano tratto da Il ritratto dell’amante di Maurizio Bettini, ed. Einaudi)

martedì 27 novembre 2007

2046

2046 di Wong Kar-Wai


Nel 2046 corre una rete che collega ogni punto della Terra e c’è un treno misterioso che parte regolarmente verso il 2046.
Tutti quelli che vanno al 2046 hanno un solo pensiero in mente: ritrovare i ricordi perduti perché, si dice, che niente cambia mai nel 2046 ma nessuno sa se quel punto esiste veramente perché nessuno è mai tornato…

«Nessuno… tranne me! 998, 997… Lasciare il 2046 non è un’impresa facile: per uno che ci riesce, altri mille ci provano all’infinito. Da quanto sono su questo treno? Non lo so, non lo so, non me lo ricordo più…comincio a sentire il peso della solitudine.

[…] Quando mi chiedono perché ho lasciato il 2046 resto nel vago, non dò mai la stessa risposta. Un tempo, quando uno aveva un segreto da nascondere, andava in un bosco, faceva un buco in un tronco e sussurava lì il suo segreto, poi richiudeva il buco con del fango così il segreto sarebbe rimasto sigillato per l’eternità. Ho amato una donna ma lei mi ha lasciato. Speravo fosse nel 2046 e quindi sono andato a cercarla lì, ma non c’era. Da allora non riesco a smettere di chiedermi se mi abbia mai amato. La risposta è un segreto che nessuno conoscerà mai. I ricordi sono sempre bagnati di lacrime.»

[…] Immaginai di essere un giapponese in viaggio per il 2046, innamorato di un’androide con emozioni differite.[…]

«All’inizio ci si annoia un po’ ma poi ci si abitua. Può scegliersi la sua assistente di bordo che soddisferà tutti i suoi bisogni. Sono davvero di ottima compagnia, ma stia attento a non innamorarsene…so io come vanno queste cose! Mi dia retta… faccia bene attenzione: mai innamorarsi di un’androide!»

«Di un androide?! Ma come le viene in mente?»

«Eh, lei scherza con il fuoco! Io lo so bene come vanno queste cose, con l’amore capita sempre così … arriva senza preavviso!»

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Il beneficio della compagnia di un cane dipende dal fatto che è possibile renderlo felice; chiede cose talmente semplici, il suo ego è così limitato. E' possibile che in un'epoca anteriore le donne si siano trovate in una situazione analoga - vicina a quella dell'animale domestico. C'era probabilmente una forma di felicità domotica, legata al funzionamento comune, che non riusciamo più a capire; c'era probabilmente il piacere di costruire un organismo funzionale, adeguato, concepito per assolvere una serie discreta di compiti - e tali compiti, ripetendosi, costituivano la serie discreta dei giorni. Tutto ciò è scomparso, insieme alla serie dei compiti; non abbiamo più veramente un obiettivo assegnabile. Le gioie dell'essere umano ci restano insondabili; i suoi dolori, invece, non possono distruggerci; le nostre notti non vibrano più di terrore né di estasi. Però viviamo, attraversiamo la vita, senza gioia e senza mistero, il tempo ci pare breve.

(Michel Houellebecq, La possibilità di un'isola)

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"Non capivo perchè un replicante collezionasse foto. Forse loro erano come Rachael: avevano bisogno di ricordi".

Blade Runner

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alcuni brani tratti da "Stalker di Andrej Tarkovskij: una metafora della condizione di artista"

(di Alessandro Riva)

Cosa pensano Lo stalker, lo scienziato e lo scrittore accucciati in silenzio sul carrello ferroviario che con ritmico rimbombare metallico li conduce verso la Zona? Cosa li ha spinti a superare il posto di blocco per affrontare l'ignoto? Tarkovskij sembra rappresentare in questa straordinaria parabola cinematografica la sua stessa condizione di artista, e di uomo; il processo della creazione artistica, così come qualsiasi processo creativo e conoscitivo non è esente da difficoltà e pericoli: affrontare l'ignoto e accogliere dentro di sè un idea nuova comporta il tollerare un insieme di forti sentimenti di rischio e di imprevedibilità: Wilfred Bion paragona tale vissuto al timore di un crollo psicotico, alla paura della pazzia. "Il vero progetto artistico è sempre una cosa tormentosa per l'artista ed è quasi pericoloso per la sua vita" afferma ancora Tarkovskij nel suo libro, e riferendosi alla realizzazione de "Lo Specchio" dichiarava: "Non mi abbandonava mai un ansioso interrogativo: E se poi non ne venisse fuori nulla?"[...]

Tarkovskij pone come scopo dell' arte la ricerca della Verità, ma nel suo film i protagonisti non varcano il limite della stanza nè per ottenere qualcosa né per distruggerla... L'autore sembra in questo modo descrivere il paradosso della scienza moderna che abbandonata la positivistica ricerca dell' assoluto postula l'inconoscibilità della realtà ultima, e allo stesso tempo l'esistenza di essa come presupposto alla base della ricerca scientifica... "Quest'ansia senza fine di conoscere (..) è accompagnata da un eterna inquietudine, da privazioni, da dolore e da delusioni: la verità ultima infatti è irraggiungibile." Dice il regista (op. cit. pag. 177). [...]

Lo Stalker non può essere compreso dallo Scrittore e lo Scienziato, ma può contare sull'amore incondizionato della moglie: è lei l'amica fedele disposta a comprendere e accettare il carattere perturbante dell' opera prodotta nel loro rapporto: la figlia mutante e paralitica... frutto della Zona e ancora in contatto con essa, come mostra il suo silenzio unito allo straordinario potere di muovere gli oggetti col pensiero. La moglie, inoltre, è disposta, grazie al suo amore, a lasciarsi condurre nella Zona, per rimanerci forse per sempre.
Tarkovskij sembra suggerirci che l'unica "arma" che l'umanità possiede per tenere a bada la propria distruttività è l'amore, dice infatti (op.cit.): "Tutto si riduce a questa semplice particella elementare, l'unica su cui l'uomo può basare la sua esistenza: la capacità di amare." Capacità che a suo avviso l'umanità rischia di perdere: occorre farla crescere nell'anima di ciascuno, anche a costo di sacrificare la propria stessa vita, è questa la sua missione, una missione impossibile: "Una situazione senza speranza!" - dice ( op. cit. pag. 166)- perchè "è da quell'ottanta per cento degli spettatori che, non si sa perchè, si sono messi in testa che noi siamo tenuti a divertirli che dipendono i soldi per il nostro prossimo film"; nonostante ciò - continua - "l'artista è condannato a comprendere di essere il prodotto del tempo e delle persone tra le quali egli vive. Come ha scritto Pasternak: Non dormire, non dormire, artista, / Non abbandonarti al sonno... / Tu sei l'ostaggio dell'eternità, / Il prigioniero del tempo...' (...) se all'artista riesce di fare qualche cosa ciò avviene soltanto per il fatto che gli uomini hanno bisogno di questo, anche se in quel momento non ne sono coscienti. Perciò è sempre lo spettatore che vince e riceve, mentre l'artista perde e dà."

sabato 17 novembre 2007

il prurito

Era una mattinata troppo splendida per arrendermi alla macchina da scrivere. Me ne andai nella foresta, da solo, e quando arrivai nel posto dove di solito sostavo, sulla riva dello stagno, sedetti su un ceppo, mi presi la testa fra le mani e cominciai a ridere. Ridevo di me, e poi di lui, poi del fato, poi delle onde selvagge che andavano su e giù, perché avevo la testa piena solo di onde selvagge che andavano su e giù. Tutto considerato, era una rottura fortunata. Grazie al cielo, non eravamo sposati; non c’erano figli, né complicazioni. Anche se voleva tornare a Parigi, pensavo che in un modo o nell’altro sarei riuscito a sistemare le cose. Cioè, con un minimo di cooperazione da parte sua.
Ma che lezione mi aveva dato! Mai, mai più avrei fatto lo sbaglio di cercar di risolvere i problemi di qualcuno. Come ci si inganna, se si pensa che con un po’ di sacrificio personale è possibile aiutare qualcuno a superare le sue difficoltà! Com’è egoistico, tutto ciò! E come aveva ragione a dire che l’avevo messo in stato d’inferiorità! Aveva ragione… e aveva torto! Perché, dopo un rimprovero del genere, avrebbe dovuto concludere con le seguenti parole: «Me ne vado. Parto domani. E stavolta non porterò con me neanche lo spazzolino da denti. Me la caverò da solo, qualsiasi cosa accada. Il peggio che può capitarmi è d’essere espulso. Anche se mi rispediscono all’inferno, è sempre meglio che esser di peso a qualcuno. Almeno, potrò grattarmi in pace! »
A questo punto mi venne in mente una cosa strana: che anch’io soffrivo il prurito, solo che era un prurito di quelli che non si possono grattare, un prurito che non si manifesta fisicamente. Ma c’era lo stesso… là dove inizia e finisce ogni prurito. L’aspetto disgraziato del mio malanno era che nessuno mi aveva mai sorpreso a grattarmi. Eppure ce l’avevo, giorno e notte, e mi grattavo febbrilmente, freneticamente, senza smettere mai. Come san Paolo, mi dicevo continuamente: «Chi mi libererà dal corpo di questa morte?». Che ironia che la gente mi scrivesse da tutte le parti del mondo, ringraziandomi per l’incoraggiamento e l’ispirazione che le mie opere avevano dato loro. Nessun dubbio che mi considerassero un essere emancipato. Eppure, ogni giorno della mia vita mi battevo contro un cadavere, uno spettro, un cancro che s’era impadronito della mia mente e mi distruggeva più di qualsiasi malanno fisico. Ogni giorno dovevo incontrare e battermi da capo con la persona che avevo scelto per compagna, scelto come colei che avrebbe apprezzato «la buona vita» e l’avrebbe divisa con me. E, fin dal principio, non era stato altro che un inferno: un inferno e un tormento. A peggiorare le cose, i vicini la consideravano una creatura modello: così vivace, così allegra, così generosa, così calda. Una madre tanto affettuosa, una così brava massaia, una così perfetta padrona di casa! Non è facile vivere con un uomo che ha trent’anni di più, per giunta uno scrittore, e specie uno scrittore come Henry Miller. Tutti se ne rendevano conto. Vedevano tutti che faceva del suo meglio. Ne aveva di coraggio, quella ragazza!
E non avevo forse fatto fiasco altre volte? Varie altre volte, per la verità. Esisteva, sulla terra, una donna capace di andare d’accordo con un uomo come me? Era così, con questa frase, che finivano quasi tutte le nostre discussioni. Che cosa rispondere? Non c’era risposta. Imprigionati, giudicati, condannati a provare e riprovare la scena, finché uno dei due fosse crollato da una parte, per dissolversi come un cadavere in putrefazione.
Non un giorno di pace, non un giorno di felicità, se non da solo. L’attimo in cui apriva bocca: guerra! Sembrava tanto semplice: dateci un taglio! divorziate! separatevi! E la bambina? Come avrei fatto, in tribunale, a rivendicare il diritto di tenere mia figlia? – Lei? Un uomo con la sua reputazione? – Mi pareva di vedere il giudice con la bava alla bocca. L’avessi anche fatta finita con me stesso, le cose non cambiavano. Dovevamo tirare avanti. Dovevamo continuare a combattere. No, non è la parola giusta. Dovevamo smussare gli angoli. (Con che cosa? Una pialla?) Il compromesso! E’ meglio. Macché! Allora arrenditi. Riconosci che sei fottuto. Lasciati mettere sotto i piedi. Fa finta di non sentire, di non udire, di non vedere. Fa finta d’essere morto.
Oppure
: cerca di convincerti che tutto è bene, tutto è Dio, che non c’è null’altro che il bene, null’altro che Dio che è tutta bontà, tutta luce, tutto amore. Cerca di convincerti… Impossibile! Bisogna esserne convinti sul serio. Punkt! E non basta neppure. Devi saperlo. Meglio ancora… Devi sapere di saperlo.
E che accade se, nonostante tutto, te la trovi davanti, a sfottere, canzonare, deridere, denigrare, motteggiare, mentire, falsificare, distorcere, sminuire, chiamare nero il bianco, sorridere sdegnosamente, sibilare come un serpente, brontolare, calunniare, rizzare gli aculei come un… porcospino? Che accade, allora?
Ma come, dici che è bene, che è Dio che si manifesta, che è l’amore che appare: solo, alla rovescia.
E allora?
Guardi attraverso il negativo… finché vedi il positivo.
Provalo, qualche volta: un esercizio mattutino. Meglio dopo esser stati cinque minuti a testa in giù. Se non funziona, mettiti in ginocchio e prega.
Funzionerà
, deve funzionare!
E’ lì che ti sbagli
. Se pensi che deve, non funzionerà.
Ma deve, alla fin fine. Altrimenti continuerai a grattarti fino a morire.
Cos’è che dice il mio amico Alan Watts? «Quando è fuor di dubbio che il prurito non può essere eliminato a furia di grattare, smette di prudere da solo.»

(Henry Miller, Paradiso perduto)



prosa magistraleconsiglio l’edizione Oscar Mondadori con l’ottima introduzione di Maurizio Cucchi

giovedì 15 novembre 2007

Solo connettere (Edward M. Forster)


«È così difficile – almeno, io trovo così difficile – capire le persone che dicono la verità.» (Camera con vista, Mr Beebe: cap.I)

«Quanto al vecchio Mr Emerson… non so che dire. No, non è certo una persona piena di tatto; ma, vi siete mai accorti che ci sono persone che fanno cose assolutamente prive di delicatezza, ma al tempo stesso… belle?»
«Belle?» disse Miss Bartlett, perplessa davanti a quella parola. «Non sono forse la stessa cosa, bellezza e delicatezza?»
«Così parrebbe» disse l’altra, a malpartito. «Ma a volte penso che le cose sono così difficili.» (Camera con vista, vecchietta e Miss Bartlett: cap.I)

«Ascolti le parole di un vecchio: non c’è nulla di peggio al mondo. E’ facile affrontare la Morte, e il Destino, e le cose che sembrano così tremende. Ma è a certi momenti di confusione, che io ripenso con orrore… alle cose che avrei potuto evitare. Ci si può aiutare pochissimo, gli uni con gli altri. Un tempo io credevo che fosse possibile insegnare ai giovani tutte le cose della vita, ma ora so che non è così, e l’unica cosa su cui continuo a insistere, con George è questa: stai attento a non far confusione. Ricorda quella volta, in chiesa, quando lei finse di essere irritata con me e non lo era? E ricorda la volta prima quando non voleva la camera con vista? Piccoli equivoci, dovuti a confusione di idee – piccoli, ma inquietanti - e temo che lei adesso si sia cacciata in un’altra situazione del genere.» (Camera con vista, Mr Emerson: cap. XIX)

Non era bene pensare, non era bene nemmeno provare dei sentimenti. Lucy rinunciò a capire sé stessa, e si unì al grande esercito degli ottenebrati, che non seguono né il cuore né il cervello, e marciano verso il loro destino sotto le insegne del luogo comune. Quell’esercito pullula di anime buone e pie. Ma si sono arrese all'unico nemico che conti, il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e ogni loro affannosa rincorsa di una verità sarà vana. Col passare degli anni, diventano oggetto di critiche. La loro bontà, la loro pietà, mostrano le crepe, la loro arguzia diventa cinismo, il loro altruismo ipocrisia; dovunque vadano provano e producono malessere. Hanno peccato contro Eros e contro Pallade Atena, e non sarà grazie a un intervento celeste, bensì grazie al normale corso della natura che quelle divinità alleate otterranno vendetta. (Camera con vista, cap. XVII)

Edward M. Forster affronta in Camera con vista alcuni dei suoi temi preferiti quello del “cuore non sviluppato” e della lacerazione tra perbenismo ed emotività. L'autore esprime inoltre, in embrione, un tema che poi approfondirà in Casa Howard, quello della connessione agli altri e con se stessi (Solo connettere!): non si può vivere isolati o per frammenti, ma solo nell'interezza.

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«Nella vita quotidiana non ci si comprende mai a vicenda, e non esiste né chiaroveggenza assoluta né confessione totale. Ci conosciamo reciprocamente in modo approssimativo, per segni esteriori che funzionano abbastanza bene come base della società o addirittura dell'intimità. Il lettore invece può capire fino in fondo le persone di un romanzo, se il romanziere lo desidera»
«L'espansione, ecco l'idea a cui i romanzieri debbono rifarsi: non la completezza. Non il chiudersi, ma l'aprirsi».

(Edward M.Forster, Aspetti del romanzo - Garzanti)

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Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore. (da Two Cheers for Democracy, The Raison d'Etre of Criticism in the Arts)
La maggior parte dei conflitti sembrano inevitabili al momento ma futili col senno di poi.

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I libri migliori esplodono con un impatto ritardato. Prendiamo E.M.Forster, che ha scritto soltanto due libri dall'ultima guerra e tuttavia mantiene ancora la sua vitalità, perché le altre sue opere di trenta o più anni fa stanno guadagnando terreno fra i lettori intelligenti e il loro polline feconda una nuova generazione. Questo avviene per varie ragioni; innanzi tutto i romanzi di Forster esprimono il conflitto universale rappresentato dall'attuale conflitto politico. Il suo tema preferito è l'abbattimento delle barriere tra bianchi e neri, tra una classe e l'altra, tra uomo e donna, tra arte e vita. Il motto di Howard End: "Solo connettere"..." potrebbe rappresentare la morale che scaturisce da tutte le sue opere. I suoi eroi e le sue eroine con la loro autodisciplina, i loro cuori ardenti, il loro orrore per le mistificazioni e le emozioni fasulle, per lo snobismo intellettuale sul piano morale e per quello legato al possesso, al denaro, all'autorità, ai rapporti sociali e familiari sul piano materiale, sono i precursori dei giovani di oggi di sinistra, che possono utilizzare Forster come punto di partenza per la loro crescita in qualsiasi direzione. E' per questo che la scelta stilistica della parabola dei romanzi di Forster può sopravvivere a quella del pamphlet delle commedie di Shaw, nonostante esse siano dotate di robusto pensiero, perché Forster è un artista mentre Shaw non lo è. Molta della sua arte è data dalla chiarezza della prosa perché egli è certo della verità delle sue convinzioni e della forza delle sue emozioni. E' lo scrittore che non è sicuro di ciò che dice o dei suoi sentimenti ad avere la tendenza a scrivere in una prosa troppo elaborata per dissimulare la sua ignoranza o per arrivare in maniera fortuita ad una risposta. Analogamente, è il romanziere che ha difficoltà a creare dei personaggi che si compiace della forma ricercata. Lo stile piano e misurato di Forster invita a rileggere le sue opere, perché non vi è nulla di cui ci si possa stancare, se non del suo brio. Ma vi è un'altra ragione per cui l'opera di Forster mantiene la sua freschezza: il suo stile è rimasto inimitato.

Cyril Connolly, Enemies of promises (I nemici dei giovani talenti, a cura di Gloria Beltrani, Sellerio, 1994).


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*update 4/12/07*

una spleeendida tavola di Maurizio Rosenzweig per l'edizione 2005 di 24 hic

martedì 30 ottobre 2007

oggi piove

Gustave Caillebotte
Una strada di Parigi: tempo di pioggia (1877)
olio su tela
212 x 276,2
Chicago, Art Institute
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Canzone del verme da pesca

Siamo qui, chiusi in un sacco
che ci camminiamo addosso

sordi e ciechi ci muoviamo

un milione in un sacco di tela


nati dalla stessa mamma, una carogna
tutti bianchi, piccoli, uguali
con due occhietti sul culo

e una testa frenetica antenna


ah, perché non senti mai
il nostro milione di piccole grida
le nostre minuscole bestemmie

mentre a manciate ci lanci nell’acqua?


ti hanno mai infilato in un amo
piegato, stretto, sbudellato
e mandato giù nel profondo

ad aspettare una gola spalancata?


non senti? appoggia la mano
al tuo sacco di tela
questo brivido che per te significa

che siamo ancora freschi e vivi


invece è il nostro ultimo grido
la morte che ci fa tremare


accidenti a te, pescatore
che in eterno tu possa strisciare
che la grande carpa ti stianchi

nella sua bocca finale

(Stefano Benni – Prima o poi l’amore arriva)


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P. Delvaux, "Piccola stazione, treno di notte" (1954)

mercoledì 24 ottobre 2007

primordiale


Gustave Moreau, L'apparizione (1876)
olio su tela
142x103 cm
Musee Gustave Moreau, Parigi.


"Ma perché non mi guardi, Iokanaan? I tuoi occhi che erano così terribili, che erano così pieni di collera e di disprezzo, sono chiusi ora. Perché sono chiusi? Apri gli occhi! Solleva le palpebre, Iokanaan. [...] Ah! Ah! Perché non mi hai guardata, Iokanaan. Se mi avessi guardata mi avresti amata. Io lo so che mi avresti amata, e il mistero dell'amore è più grande del mistero della morte. Non bisogna guardare che l'amore."

(Oscar Wilde, Salomé, 1891)

domenica 21 ottobre 2007

Nudità emotiva

"Distorsione n. 40, 1933" André Kertész © Ministère de la Culture – France

“La nudità emotiva deriva dalla rivelazione fatta a un altro essere umano della propria debolezza e inadeguatezza – una forma di dipendenza che ci toglie la possibilità di imporci se non attraverso il semplice dato della nostra esistenza. Non possiamo più mentire o millantare, vantarci o nasconderci dietro le belle parole, come diceva Montaigne riguardo al momento della morte, quando, emotivamente nudi, dobbiamo parlare un francese sincero (o qualunque altra sia la nostra lingua). Io mi spoglio emozionalmente quando confesso un bisogno – che sarei perso senza di te, che non sono esattamente la persona indipendente che ho tentato di apparire, ma sono un essere debole, molto meno ammirevole, che conosce poco il corso della vita o il suo significato. Quando piango e ti dico delle cose che confido terrai per te, mi sentirei distrutto se altri venissero a saperle; quando alle feste smetto il gioco degli sguardi e ammetto che sei tu quella che mi interessa, mi spoglio dell’illusione, così ben forgiata, dell’invulnerabiltà. Divento fiducioso e vulnerabile, come chi, in quel gioco da circo, si trova legato a una tavola contro la quale un altro sta lanciando dei coltelli che lui stesso ha fornito. Permetto che tu mi veda umiliato, insicuro, vacillante, privo di fiducia in me stesso, pieno di disprezzo per la mia persona e quindi incapace (nel caso ne avessi bisogno) di farti provare qualcosa di diverso. Se ti mostro la mia faccia spaventata alle tre del mattino, mi rivelo debole, pieno d’ansia verso l’esistenza, senza più quella filosofia ottimistica e arrogante che manifestavo a cena. Imparo così ad accettare l’enorme rischio che, anche se hai in mano un catalogo esaustivo delle mie paure e fobie, tu possa tuttavia amarmi lo stesso”.

(Alain De Botton,“Il piacere di soffrire” ed.Guanda)

venerdì 19 ottobre 2007

Jacques Prévert (trittico)

PARIS AT NIGHT

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte

Il primo per vederti tutto il viso

Il secondo per vederti gli occhi

L’ultimo per vedere la tua bocca

E tutto il buio per ricordarmi queste cose

Mentre ti stringo fra le braccia.

(Paroles)

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LA BELLA STAGIONE

A digiuno sperduta assiderata

Tutta sola senza un soldo

Ferma in piedi una ragazza

Età sedici anni

In Place de la Concorde

Il quindici agosto a mezzogiorno.

(Paroles)

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SULLA STRADA DI DENAIN

Sulla strada di Denain

Una donna nuda

Che nessuno mai ebbe

Sulla strada di Denain

Un uomo nano

Che nessuna mai volle

Sulla strada di Denain

Quatto quatto

Una notte

Il nano ebbe la nuda.

(Soleil de nuit)

mercoledì 3 ottobre 2007

L'uomo che piantava gli alberi

Perché la personalità di un uomo riveli qualità veramente eccezionali, bisogna avere la fortuna di poter osservare la sua azione nel corso di lunghi anni. Se tale azione è priva di ogni egoismo, se l'idea che la dirige è di una generosità senza pari, se con assoluta certezza non ha mai ricercato alcuna ricompensa e per di più ha lasciato sul mondo tracce visibili, ci troviamo allora, senza rischio d'errore, di fronte a una personalità indimenticabile.
(Jean Giono, "L'uomo che piantava gli alberi")

Frederic Back ne ha realizzato la trasposizione cinematografica (qui, purtroppo, è in una versione parziale e in giapponese ma, anche se non si capiscono le parole, vale la pena dare un'occhiata ai disegni)




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Aracnofobia...

"Maman 1999" di Louise Bourgeois

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Chissà se c'è ancora...

Lisbona 1998: graffito visto in diversi punti della città.

lunedì 1 ottobre 2007

"Dove sono questi famosi Surrealisti?"

"Mi chiese Jacqueline. Allora io le parlai del Café de la Place Blanche. Lei andò in quel caffè diverse volte, fissando Breton finché lui non la notò".


Dora Maar conobbe la pittrice Jacqueline Lamba negli anni Trenta. Nel 1941 Jacqueline e il marito André Breton lasciarono Parigi diretti a New York per sfuggire all'avanzata nazista. Quando nel 1954 lei, ormai divorziata, fece ritorno nel suo appartamento di rue Fontaine scoprì che le sue opere surrealiste erano scomparse. Più tardi distrusse personalmente quelle che erano sopravvissute a New York.

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fotografo non identificato
Studio del pittore Sebastiano De Albertis, 1880 circa
Civico Archivio Fotografico, Milano

lunedì 24 settembre 2007

Sirene, ricci e cavalli

"Mermaid- La Sirena" (Russia, 1996) di Aleksander Petrov

Petrov, artista dalla poetica mistica, in questo film fa un uso fortemente naturalistico della pittura ad olio, creando un'atmosfera che ricorda molto "Il racconto dei racconti" di Yuri Norstein





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Anziché inserire il già citato "Il racconto dei racconti" (che è un pò lungo) preferisco postare un altro capolavoro di Norstein "Il riccio nella nebbia" (1975), film che affronta i rapporti tra sogno e realtà. Il piccolo riccio, abituato a parlare con se stesso, mentre sta andando a trovare l'amico orso per bere un tè e contare le stelle, viene sorpreso dalla nebbia. Bellissima l'apparizione del cavallo bianco...



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cavalli che appaiono nella nebbia anche in un racconto di Raymond Carver "Se hai bisogno, chiama"





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A proposito di sirene... che fine ha fatto Sade Adu?